Pensieri spettinati

Se non c’è niente da ridere vuol dire che non c’è niente di tragico, e se non c’è niente di tragico, che valore vuoi che abbia.
Sep 18
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E poi, cos’è la fatica? Posso dire che mi stanco a cantare quando c’è gente che muore di fame, scende in miniera o marcisce in prigione? Fare quel che non ci piace è faticoso. Nel mio caso lavare i piatti.
— Leonard Cohen
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Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.
— Velimir Chlebnikov
Sep 17
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Pedretti era amico di Raffaello Baldini, altro grande poeta, erano tutti e due di Santarcangelo, e Baldini raccontava che Pedretti di solito non parlava in dialetto, ma in italiano, in casa parlava italiano, e il dialetto era una lingua che aveva imparato per strada, e i suoi primi versi in dialetto non li pubblicava neanche, anzi uno l’aveva regalato a Baldini. «Ricordo, – scrive Baldini, – che a un certo momento Nino cominciò a dirci, a dire a me a Lina, mia moglie, due versi in dialetto, due endecasillabi, campati in aria, fuori da ogni contesto, due versi che aveva acchiappato al volo, che gli erano fioriti dentro gratuitamente. Ce li diceva e ce li ripeteva, con autoironia, divertendosi e divertendoci. Il primo di questi versi era: «Mè, s’i m déss da capè, abdrébb a lèt» («Io, se mi dessero da scegliere, andrei a letto»), il secondo era: «Me l’è trent’ann ch’a chégh cumé un arlòzz» («Io sono trent’anni che cago come un orologio»).
— Paolo Nori assegna un compito. Potete mandare le vostre soluzioni alla mail: paolo.nori@gmail.com.
Io adesso ci penso.
Sep 13
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Ecco io, quando penso a Tolstoj, mi viene sempre in mente una cosa che ha scritto nel 1884, quando aveva cinquantasei anni, e aveva già avuto tredici figli, e aveva già scritto Guerra e Pace, e Anna Karenina, e ha scritto: «Se c’è qualcuno che dirige le cose della vita, vorrei rimproverarlo. È troppo difficile e spietata». Ecco, a me sembra che Tolstoj, che era ricco, e famoso, e bravissimo, e che avrebbe dovuto esser contento, non era mai contento, e mi vien da pensare che noi, che siamo meno ricchi, di Tolstoj, e meno famosi, di lui, e infinitamente meno bravi, se volessimo far delle cose sensate probabilmente dovremmo cominciare a essere un po’ più malcontenti, mi vien da pensare, senza spingere però questo malcontento a rinunciare a fare le cose, perché era sempre lui, Tolstoj, che, nel 1884, in un libretto che si chiama Che fare scrive (nella traduzione di Luisa Capo): «Dicono: l’attività dell’uomo è una goccia nel mare. Una goccia nel mare!
— Paolo Nori
Sep 11
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La mia rivoluzione

Voglio la rivoluzione, nient’altro che la rivoluzione. La voglio da me stesso, prima ancora che dal mondo. La voglio perché la furberia dolciastra e la scalmanata indifferenza hanno preso in mano i territori della parola e anche quelli del silenzio. Chi scrive viene tollerato a patto che rimanga nel recinto. Le sue ambizioni possono essere anche altissime, ma solo se vengono esercitate in luoghi millimetrici, invisibili. I fanatici della moderazione avanzano ovunque. In politica come in letteratura.
Io sono fuori dal mondo e fuori dalla vita. Non è un merito e spero non diventi una colpa. È andata così e sono fatti miei. Dal luogo in cui parlo, con la morte che mi passa nel cuore molte volte al giorno, io sono costretto ad ambire alla rivoluzione, non ho altra scelta. E se guardo un albero non gli chiedo soltanto di farmi ombra, e se vedo una donna non mi accontento delle solite cerimonie, voglio l’infinito e non mi basta neanche quello, dell’infinito voglio la radice, il luogo in cui inizia, voglio sentire come è cominciata questa infiammazione, questo delirio della materia che chiamiamo vita.
Ogni tanto qualcuno mi consiglia una cura: mastica bene… cammina… prendi i fiori di Bach…lascia il computer…mangia il riso integrale.
Io lo so che non ci sono cure, lo so che si muore veramente e la prima rivoluzione è contro chi applaude ai funerali, chi non porta più il lutto, chi nasconde la morte dentro gli ospedali.
Per me non c’è cura e allora c’è solo la rivoluzione. Non credo neppure nella pace dell’attimo, non credo nella distrazione dell’attimo. Io voglio correre sulla pista del tempo, con gli occhi aperti come una voragine. Venitemi dietro, dico ogni tanto. È un dire guastato dalla mia insicurezza, come se apparissi uno che non ha un luogo dove condurre in pace l’esasperazione che ribolle nascosta in ogni petto, ma solamente vuole placare la propria infantile insicurezza.
Rimane la sensazione che ogni intelletto sia messo a riposo dal disincanto e si cammina tutti sulle acque dell’ovvio e irrimediabile disastro che ci aspetta.
La rivoluzione significa non solo spostare o abolire i poteri, ma cambiare posto alle mani e al cuore. Dare a ognuno un nuovo corpo, ignoto e lontano come il cosmo, familiare e sicuro come gli abbracci di una madre.

— Questo testo di Franco Arminio è uscito qualche anno fa su Nazione Indiana
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Io sono allegro e leggero come un ombrello estivo.
— (Viktor Šklovskij, Zoo o lettere non d’amore)
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Charms diceva: Il mio numero di telefono è facile: 32-08. Si fa presto a ricordarselo. Trentadue denti, e otto dita.
— [Sergej Dovlatov, Sobranie sočinenij (Raccolta delle opere)]
Sep 10
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A scuola dicevano: cerca di essere te stesso, ma se io non avessi cercato di essere un altro non avrei scritto niente
— Luigi Malerba
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[…] anche se qualche anno fa, per esempio, hai letto un libro di René Girard che si intitola Menzogna romantica e verità romanzesca che dice che i romanzi servono a quello, per smascherare la menzogna romantica che dice che tu sei da solo e loro sono tutti, che invece non è vero, e la cosa vera sarebbe che tu sei da solo e loro son da soli anche loro, è la verità romanzesca secondo Girard, se hai capito quel libro lì di Girard. […]
— Scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti, via Paolo Nori
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Lo sforzo di determinare questo concetto è simile al tentativo di inchiodare un budino alla parete.
— Ulrich Beck
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È difficile coabitare a lungo con le proprie unghie senza dovere ad un certo punto prendere posizione.
— Giorgio Manganelli, “Ti ucciderò mia capitale”.
Sep 08
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E neanche mai gli passa per la testa che è la loro certezza di essere diversi a renderli uguali.
— David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi (via caelum-astris-distinctum)

(via fantasticazioni)

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Ogni scrittore è vanitoso, egoista e pigro, e alla base delle sue motivazioni c’è un mistero. Scrivere un libro è una lotta lunga, spossante, come un periodo di lunga e penosa malattia. Se non si fosse spinti da qualche incomprensibile ma irresistibile demone non ci s’imbarcherebbe mai in una simile avventura. Quel demone, per quanto se ne sa, è semplicemente lo stesso istinto che spinge un bambino a strillare per richiamare l’attenzione. Però è anche vero che non si può scrivere niente di leggibile se non si lotta costantemente per cancellare la propria personalità. La buona prosa è come il vetro di una finestra. Non saprei dire con certezza quali siano per me le motivazioni più forti, ma so quali meritano di essere seguite. E riconsiderando la mia opera, mi accorgo di aver invariabilmente scritto libri senza vita, facendomi allettare da brani altisonanti, frasi senza senso, aggettivi puramente ornamentali, insomma da una generale falsità, proprio quando mi mancava uno scopo politico.
— George Orwell, Romanzi e saggi, 1946
Sep 07
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Lasciate che le parole abitino e trasformino la vostra vita. Coltivatele. Quello che riceverete in cambio è una straordinaria sensazione di libertà.
— Fabio Geda su Minima & Moralia
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Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di più grande.
— Adriano Olivetti