Pensieri spettinati

Se non c’è niente da ridere vuol dire che non c’è niente di tragico, e se non c’è niente di tragico, che valore vuoi che abbia.
Sep 29
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Pensò ai venti della vita, perché ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libecci, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana. Aria, pensò, la vita è fatta d’aria, un soffio e via.
— Antonio Tabucchi
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Il governare produce mutazioni irreversibili, probabilmente ereditarie.
— Giorgio Manganelli, “Improvvisi per macchina da scrivere”.
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Se ci fosse una gomma da cancellare, una gomma
da inchiostro, no da lapis, o se no
una macchina da scrivere, battere xxx,
o, per far meglio, xyxy,
o per far meglio ancora, mnmn,
che si fa poco mn, ma cancella,
porca masola, che non si capisce più niente,
o addirittura, meglio di tutto, ma non ce l’ho,
un computer ci vorrebbe, che basta un tasto,
e sparisce tutto, senza un cancellotto, tutto bianco,
come non fosse successo niente,
perché io nella mia vita gli sbagli che ho fatto.
— Raffaello Baldini, La gomma, Intercity (Einaudi, 2003) (grazie a Peppe Liberti)
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Ho avuto un’infanzia involontariamente musicale. Napoli suonava su strumenti a corda e risuonava cupa, effetto di grotte e cavità del sottosuolo scavato, crivellato.
— Erri De Luca
Sep 27
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Caro signor Temnitschka,
da più di dieci anni non accetto più premi né riconoscimenti di nessun tipo, e naturalmente nemmeno il vostro ridicolo titolo di professore. L’assemblea degli scrittori di Graz è un’assemblea di teste di cazzo prive di talento.
Molto cordialmente
vostro
Thomas Bernhard
— [Thomas Bernhard, Sur les traces de la vérité. Discours, lettres, entretiens, articles, Paris, Gallimard 2013]
Sep 26
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«Vorrei sapere, per esempio, perché mi hai sposata».
«Per via della colazione» spiegai.
«Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta – si dice così, no? – cadde su di te. Sei stata una magnifica compagna di colazioni».
— Heinrich Böll
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Sentirai il tuono
e mi ricorderai,
pensando: lei voleva la tempesta.
L’orlo del cielo
avrà il colore del rosso intenso,
e il tuo cuore,
come allora, sarà in fiamme.
— Anna Achmatova
Sep 20
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La causa fondamentale dei problemi è che nel mondo moderno gli stupidi sono sicuri di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.
— Bertrand Russell
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Investire nei ricordi (David Randall, Autobiografia di un’infanzia felice; su Internazionale n.1069 del 19/25 Settembre 2014) (via manyinwonderland)

Investire nei ricordi (David Randall, Autobiografia di un’infanzia felice; su Internazionale n.1069 del 19/25 Settembre 2014) (via manyinwonderland)

Sep 18
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E poi, cos’è la fatica? Posso dire che mi stanco a cantare quando c’è gente che muore di fame, scende in miniera o marcisce in prigione? Fare quel che non ci piace è faticoso. Nel mio caso lavare i piatti.
— Leonard Cohen
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Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.
— Velimir Chlebnikov
Sep 17
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Pedretti era amico di Raffaello Baldini, altro grande poeta, erano tutti e due di Santarcangelo, e Baldini raccontava che Pedretti di solito non parlava in dialetto, ma in italiano, in casa parlava italiano, e il dialetto era una lingua che aveva imparato per strada, e i suoi primi versi in dialetto non li pubblicava neanche, anzi uno l’aveva regalato a Baldini. «Ricordo, – scrive Baldini, – che a un certo momento Nino cominciò a dirci, a dire a me a Lina, mia moglie, due versi in dialetto, due endecasillabi, campati in aria, fuori da ogni contesto, due versi che aveva acchiappato al volo, che gli erano fioriti dentro gratuitamente. Ce li diceva e ce li ripeteva, con autoironia, divertendosi e divertendoci. Il primo di questi versi era: «Mè, s’i m déss da capè, abdrébb a lèt» («Io, se mi dessero da scegliere, andrei a letto»), il secondo era: «Me l’è trent’ann ch’a chégh cumé un arlòzz» («Io sono trent’anni che cago come un orologio»).
— Paolo Nori assegna un compito. Potete mandare le vostre soluzioni alla mail: paolo.nori@gmail.com.
Io adesso ci penso.
Sep 13
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Ecco io, quando penso a Tolstoj, mi viene sempre in mente una cosa che ha scritto nel 1884, quando aveva cinquantasei anni, e aveva già avuto tredici figli, e aveva già scritto Guerra e Pace, e Anna Karenina, e ha scritto: «Se c’è qualcuno che dirige le cose della vita, vorrei rimproverarlo. È troppo difficile e spietata». Ecco, a me sembra che Tolstoj, che era ricco, e famoso, e bravissimo, e che avrebbe dovuto esser contento, non era mai contento, e mi vien da pensare che noi, che siamo meno ricchi, di Tolstoj, e meno famosi, di lui, e infinitamente meno bravi, se volessimo far delle cose sensate probabilmente dovremmo cominciare a essere un po’ più malcontenti, mi vien da pensare, senza spingere però questo malcontento a rinunciare a fare le cose, perché era sempre lui, Tolstoj, che, nel 1884, in un libretto che si chiama Che fare scrive (nella traduzione di Luisa Capo): «Dicono: l’attività dell’uomo è una goccia nel mare. Una goccia nel mare!
— Paolo Nori
Sep 11
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La mia rivoluzione

Voglio la rivoluzione, nient’altro che la rivoluzione. La voglio da me stesso, prima ancora che dal mondo. La voglio perché la furberia dolciastra e la scalmanata indifferenza hanno preso in mano i territori della parola e anche quelli del silenzio. Chi scrive viene tollerato a patto che rimanga nel recinto. Le sue ambizioni possono essere anche altissime, ma solo se vengono esercitate in luoghi millimetrici, invisibili. I fanatici della moderazione avanzano ovunque. In politica come in letteratura.
Io sono fuori dal mondo e fuori dalla vita. Non è un merito e spero non diventi una colpa. È andata così e sono fatti miei. Dal luogo in cui parlo, con la morte che mi passa nel cuore molte volte al giorno, io sono costretto ad ambire alla rivoluzione, non ho altra scelta. E se guardo un albero non gli chiedo soltanto di farmi ombra, e se vedo una donna non mi accontento delle solite cerimonie, voglio l’infinito e non mi basta neanche quello, dell’infinito voglio la radice, il luogo in cui inizia, voglio sentire come è cominciata questa infiammazione, questo delirio della materia che chiamiamo vita.
Ogni tanto qualcuno mi consiglia una cura: mastica bene… cammina… prendi i fiori di Bach…lascia il computer…mangia il riso integrale.
Io lo so che non ci sono cure, lo so che si muore veramente e la prima rivoluzione è contro chi applaude ai funerali, chi non porta più il lutto, chi nasconde la morte dentro gli ospedali.
Per me non c’è cura e allora c’è solo la rivoluzione. Non credo neppure nella pace dell’attimo, non credo nella distrazione dell’attimo. Io voglio correre sulla pista del tempo, con gli occhi aperti come una voragine. Venitemi dietro, dico ogni tanto. È un dire guastato dalla mia insicurezza, come se apparissi uno che non ha un luogo dove condurre in pace l’esasperazione che ribolle nascosta in ogni petto, ma solamente vuole placare la propria infantile insicurezza.
Rimane la sensazione che ogni intelletto sia messo a riposo dal disincanto e si cammina tutti sulle acque dell’ovvio e irrimediabile disastro che ci aspetta.
La rivoluzione significa non solo spostare o abolire i poteri, ma cambiare posto alle mani e al cuore. Dare a ognuno un nuovo corpo, ignoto e lontano come il cosmo, familiare e sicuro come gli abbracci di una madre.

— Questo testo di Franco Arminio è uscito qualche anno fa su Nazione Indiana
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Io sono allegro e leggero come un ombrello estivo.
— (Viktor Šklovskij, Zoo o lettere non d’amore)